3. Appunti di ascolto

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Campo informato: quando qualcosa emerge prima di essere detto.

Ci sono momenti, durante una sessione, in cui accade qualcosa di difficile da spiegare attraverso le sole parole.
Non perché manchino le parole giuste.
Ma perché alcune informazioni sembrano emergere prima ancora di diventare un pensiero consapevole, un ricordo o un racconto.

È uno degli aspetti che, negli anni, mi ha portata a interrogarmi sul concetto di campo informato.

Quando parlo di campo informato non mi riferisco a tutta la complessità delle teorie che cercano di descriverlo (di quelle parlerò nel prossimo articolo), ma uso questa espressione con un significato molto personale, nato dall’esperienza maturata in questi anni di lavoro.

La porta attraverso cui incontro più spesso questo fenomeno è il livello delle emozioni.

Negli anni mi sono accorta che ciò che emerge durante una sessione sembra seguire un ordine particolare. Raramente la prima cosa che arriva è un pensiero o un ricordo. Molto più spesso emerge prima una qualità emotiva, oppure una sensazione corporea. Solo in un secondo momento quella qualità trova parole, immagini o una storia che la persona riconosce come propria.

Per questo, nella mia esperienza, il campo informato non è tanto un luogo in cui sono contenute delle informazioni, quanto la possibilità stessa che esse possano emergere ed essere percepite nella relazione.
Non si tratta di un sapere anticipato. È più l’ascolto di qualcosa che sta gradualmente emergendo e lo fa partendo dagli aspetti più “sottili” della persona.

Durante una sessione il corpo comunica continuamente.

Lo fa attraverso il respiro, le tensioni, i cambiamenti dei tessuti, le qualità del movimento interno. Ma a volte emerge anche una qualità emotiva.
Per come lo vivo io, anche questa è una forma di comunicazione del corpo. Non soltanto del corpo nella sua dimensione più evidente, ma di quella qualità più ampia che in biodinamica viene descritta attraverso il corpo dei fluidi.
Può essere ad esempio una tristezza improvvisa. Una sensazione di rabbia. Un senso di paura o di trattenimento…
Queste percezioni non sono informazioni complete sulla storia della persona.

Sono più simili a una porta che si apre.

Per questo motivo le considero qualcosa da portare nella relazione con delicatezza, attraverso una domanda. Si tratta di creare uno spazio in cui qualcosa possa essere riconosciuto.
Mi è capitato, ad esempio, durante una sessione, di percepire una forte presenza di rabbia accompagnata da vergogna. Non conoscevo il motivo di quelle emozioni e non potevo sapere a cosa fossero collegate. Quando ho condiviso questa percezione con la persona, attraverso una domanda aperta, si è commossa e mi ha raccontato un’esperienza traumatica vissuta molti anni prima, che aveva custodito dentro di sé.

Quello che avevo percepito non era la sua storia.
La storia apparteneva a lei.
Io avevo incontrato una qualità emotiva che, nel momento giusto, ha trovato un significato nella sua esperienza.

A volte il corpo porta un messaggio ancora più semplice e quotidiano. Può capitare di percepire una tensione alla gola, una sensazione di calore, un trattenimento. Portandolo all’attenzione della persona, può emergere qualcosa che fino a quel momento non era stato collegato consapevolmente. “Mi sono trattenuta dal dire qualcosa.” “Avrei voluto esprimere quello che sentivo, ma non l’ho fatto.” “Ho provato rabbia e l’ho tenuta dentro.” Anche in questi casi, la possibilità che queste percezioni portano è l’integrazione dell’esperienza.

Quando quella qualità emotiva viene riconosciuta e trova parole, non cambia soltanto la comprensione della persona. Molto spesso cambia anche il corpo. È questo che intendo quando parlo di integrazione dell’esperienza: qualcosa trova finalmente il proprio posto e il sistema può riorganizzarsi.

Naturalmente, questo tipo di ascolto richiede una grande responsabilità. Essere in risonanza non significa sentire la persona al posto suo. Significa accorgersi di ciò che emerge nella relazione e avere sufficiente presenza per distinguere ciò che appartiene alla persona da ciò che appartiene a sé. Anche la mia esperienza personale entra inevitabilmente nella risonanza. Il mio compito è riconoscerla, osservarla e lasciarla andare quando non appartiene al processo della persona. Per questo il discernimento è parte integrante del lavoro tanto quanto la capacità percettiva.

Nella biodinamica craniosacrale il concetto di campo informato si apre anche a un’altra dimensione.

Non riguarda soltanto ciò che emerge nella relazione, ma il modo in cui il sistema stesso mostra di possedere una direzione organizzativa. Nella biodinamica la Salute non coincide semplicemente con l’assenza di sintomi. È un principio organizzatore presente nel sistema, orientato verso il maggiore equilibrio e la maggiore integrazione possibile. La tradizione biodinamica descrive questa capacità organizzativa come espressione del Respiro della Vita.

Il lavoro dell’operatore non è imporre un cambiamento, ma creare le condizioni perché questa capacità possa manifestarsi.
Il corpo non viene guidato.
Viene ascoltato.
E, attraverso l’ascolto, può trovare una propria strada di riorganizzazione.

È forse questo l’aspetto che continua ad affascinarmi di più del lavoro craniosacrale.

Nel tempo diverse discipline hanno cercato linguaggi diversi per descrivere esperienze di questo tipo: attraverso lo studio della coscienza, della relazione, della fisica, della biologia dei sistemi complessi. Nel prossimo articolo parlerò proprio di questo: dei diversi modelli che cercano di avvicinarsi a fenomeni che, ancora oggi, trovano più domande che risposte definitive.