5. Appunti di ascolto
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Il corpo sembra conoscere una strada tutta sua.
E il cambiamento, spesso, segue un percorso che non avevamo immaginato.
Quando qualcosa cambia, quasi mai cambia una cosa sola.
A questo punto vorrei tornare a parlare del corpo.
Non tanto dal punto di vista del sintomo, ma da quello del cambiamento. Perché, dopo anni di lavoro, è proprio il modo in cui i cambiamenti avvengono ad avermi insegnato di più.
Molto spesso una persona arriva con una richiesta precisa. Che può essere un dolore fisico che non trova riscontro medico, un periodo di stress e ansia, magari anche con insonnia… o una stanchezza che non riesce a spiegarsi o anche per una difficoltà nelle relazioni… È naturale che l’attenzione si concentri lì. Sul sintomo preciso.
All’inizio del percorso, naturalmente, ascolto con attenzione ciò che la persona porta. Poi però succede qualcosa che continuo a trovare interessante.
Il cambiamento raramente rimane confinato al punto da cui era partito.
E’ la persona stessa che si accorge che qualcosa è cambiato anche oltre al punto del sintomo iniziale. Scorge un cambiamento più ampio… di respirare in modo diverso, di dormire meglio, di avere più pazienza con i figli. O di sentirsi meno in allarme e di riuscire finalmente a dire un “no” che rimandava da anni.
Oppure accade il contrario. Faccio un esempio.
La persona arriva perché soffre di mal di testa. Durante il percorso emerge soprattutto un tema legato ai confini personali. La consapevolezza e l’integrazione corporea sfocia poi nell’imparare, poco alla volta, a non caricarsi continuamente delle richieste degli altri. E dopo qualche tempo mi dice: “Il mal di testa c’è ancora ogni tanto… ma non è più la stessa. E, soprattutto, non sono più la stessa io.”
Trovo che questa sia una distinzione importante.
Perché spesso siamo abituati a pensare al cambiamento come alla scomparsa di un sintomo.
A volte accade, mentre altre volte il cambiamento è più sottile. È il rapporto con quel sintomo che cambia.
È la qualità della vita che cambia.
C’è una comprensione più ampia, che permette uno sguardo amorevole verso di sé.
La persona inizia a guardarsi con maggiore comprensione. Con più gentilezza. Anche verso quel sintomo che fino a poco tempo prima viveva come un nemico.
È il modo di abitare il proprio corpo che cambia.
Non è più qualcosa da combattere o da rifiutare. Diventa parte della propria storia, e proprio per questo può essere ascoltato in modo diverso. È la sensazione di avere finalmente uno spazio interno in cui respirare.
Per questo faccio fatica a parlare di “guarigione” come di un traguardo uguale per tutti.
Ogni persona costruisce una forma diversa di equilibrio e ogni equilibrio è profondamente personale.
C’è un’altra cosa che ho imparato osservando tante persone.
Il corpo mostra di avere una propria idea delle priorità.
A volte noi vorremmo risolvere immediatamente ciò che ci fa soffrire di più. Il sistema, invece, inizia da un’altra parte.
Per chi arriva è spesso una novità. È naturale che all’inizio possa spiazzare. Nel tempo, però, vedo nascere sempre più spesso una disponibilità ad affidarsi alla saggezza del proprio corpo.
Mi è capitato di vedere persone arrivare per un sintomo fisico e trascorrere diverse sedute lavorando soprattutto sul senso di sicurezza, sulla possibilità di rilassarsi, sulla fatica di sentirsi accolte.
Solo dopo il corpo sembrava pronto ad affrontare il motivo per cui erano arrivate.
A volte, invece, succede che la persona non abbia la pazienza di dare tempo al processo. Soprattutto quando arriva dopo aver già provato tante strade diverse. C’è stanchezza, e il desiderio comprensibile di far sparire quel sintomo il prima possibile.
Lo capisco e lo rispetto.
Mi auguro soltanto che non smetta di cercare.
Forse il tratto di strada che potevamo fare insieme era quello. Il seguito potrebbe arrivare con un’altra esperienza, con un altro professionista, o semplicemente in un altro momento della sua vita. L’importante, per me, è che la ricerca continui.
Raramente il cambiamento rimane confinato a un solo aspetto della vita.
Negli anni mi sono accorta che, quasi sempre, quando qualcosa trova una possibilità di integrazione, raramente il cambiamento rimane confinato a un solo aspetto della vita.
Come se il sistema, ritrovato un nuovo equilibrio in un punto, iniziasse lentamente a riorganizzarsi anche altrove.
Non tutto insieme.
Non nello stesso modo per tutti.
Ma su livelli diversi della persona e secondo le possibilità che quel momento della sua vita rende disponibili.
Forse è anche per questo che, quando una persona mi chiede:
“Quante sedute serviranno?”
rispondo che è qualcosa di individuale, che scopriremo strada facendo.
Perché il percorso non dipende soltanto dall’obiettivo iniziale. Dipende da ciò che il corpo, passo dopo passo, mostra di essere pronto a incontrare.
Ci sono persone che in pochi incontri trovano ciò di cui avevano bisogno e ci salutiamo.
Altre invece sentono il desiderio di proseguire, non perché ci sia sempre qualcosa da “aggiustare”, ma perché scoprono che quello spazio di ascolto diventa una risorsa stabile nella loro vita.
Ripensando ai cinque articoli di questa serie, mi accorgo che, in fondo, ruotano tutti attorno alla stessa idea.
Il corpo è una parte viva della nostra esperienza.
Ascoltarlo significa, molto spesso, ascoltare anche la nostra storia, le nostre relazioni, il modo in cui abitiamo il mondo.
Forse è proprio questo che continuo ad amare del mio lavoro: come da un punto specifico le sessioni si aprano su un panorama molto più ampio.
E, molto spesso, il cambiamento più importante non è quello che stavamo cercando all’inizio.
È quello che, semplicemente, era pronto a emergere.
Grazie per la lettura.
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